Cosa guardano i bambini oggi (e che ruolo hanno gli adulti)?

Molti genitori oggi si chiedono se i contenuti che i bambini guardano, ascoltano o incontrano online siano davvero adatti alla loro età. Sempre più spesso si trovano a disagio quando scoprono che, già alla scuola dell’infanzia o alla primaria, i bambini parlano di film, giochi, video o cantano canzoni pensati per un pubblico adulto.

Diverse ricerche suggeriscono che contenuti poco adatti all’età raggiungano con sempre maggiore facilità bambini sempre più piccoli. È quindi plausibile che stiamo assistendo a un abbassamento implicito dell’asticella di ciò che consideriamo adeguato, accettabile o pensato per l’infanzia. Oppure, invece, l’abbassamento dell’asticella riguarda il livello di protezione, mediazione e consapevolezza che gli adulti esercitano rispetto ai contenuti proposti ai bambini,
Ecco perché ritendo che sia necessario fermarsi a riflettere sul ruolo degli adulti come mediatori attivi dei contenuti, delle esperienze e degli stimoli a cui i bambini sono esposti.

Quando l’esposizione non è una scelta consapevole

Nella maggior parte dei casi, l’esposizione dei bambini a contenuti inappropriati non è il risultato di decisioni intenzionali, ma di una combinazione di fattori molto umani:

  • mancanza di consapevolezza su rischi e implicazioni dei contenuti proposti

  • poco tempo da dedicare all’approfondimento di ciò che i bambini guardano/ascoltano

  • stanchezza e assenza di energie mentali per discutere davanti loro richieste/proteste dei bambini

  • normalizzazione sociale che induce a pensare “lo fanno tutti” sia qualche sorta di garanzia o tutela

  • fiducia implicita negli strumenti, cioè l’idea che ciò che è accessibile ai bambini sia anche adatto all’infanzia

  • la sensazione di essere gli unici a porre limiti o a farsi domande, finendo per dubitare delle proprie scelte

  • assenza di modelli alternativi efficaci: come si fa a fare diversamente da “come fanno tutti”?

  • uso degli schermi come regolatori emotivi per calmare, distrarre, “tirare il fiato” nei momenti difficili

  • sovraccarico decisionale quotidiano: quando le scelte da fare sono troppe e si finisce per lasciar scorrere

Per questo è importante scriverne e parlarne.
Non per puntare il dito, ma per permettere a chi non si è ancora posto il problema di iniziare a farlo e a chi si sente solƏ di trovare conforto.

Non esistono genitori “buoni” o “cattivi”.
Esistono adulti che cercano di orientarsi in un contesto che cambia più velocemente della nostra capacità di adattamento.

“Se smettiamo di farci domande, è la fine”

Una mamma, Ilaria, mi ha scritto:

“Sai di cosa mi rendo tristemente conto? Che la maggior parte dei genitori non si fa delle domande, segue il flusso in modo acritico.”

Ecco il punto.
Se smettiamo di farci domande, lasciamo che siano gli algoritmi a fare le scelte al posto nostro.
E quando questo succede, non stiamo semplicemente delegando l’intrattenimento, ma permettendo che siano sistemi pensati per massimizzare attenzione e permanenza a plasmare il cervello dei nostri figli e delle nostre figlie.

Possiamo avere idee diverse sull’uso di schermi, TV, tablet e smartphone.
Ma quelle idee devono nascere da un pensiero, da una riflessione, da una scelta.

La solitudine dei genitori consapevoli

Un altro messaggio, questa volta da Federica, dice:

“Mi accorgo che qui sono pochi i genitori con attenzione e sensibilità.”

Federica mi racconta ciò che sua figlia sente a scuola, le richieste che le fa rispetto a programmi televisivi e contenuti visti dagli altri bambini. Poi aggiunge:

“Sono rappresentante di classe e mi piacerebbe portare avanti qualcosa per i genitori, ma non so come muovermi.”

Da qui emerge un tema centrale: la fatica di sentirsi soli quando si cerca di essere più consapevoli, e la difficoltà di trasformare questa attenzione individuale in un confronto condiviso.

È spesso in questo vuoto che si inserisce il problema: ai bambini vengono messi in mano dispositivi e applicazioni pensate per gli adulti, senza che ci sia poi una reale disponibilità (di tempo, emotiva e pratica) ad accompagnarli, spiegare e porre limiti.
Nessuno ha voglia di fare “il poliziotto”. E comprensibilmente.

Non servono giudizi, ma alleanze

I genitori non hanno bisogno di altri moniti o sensi di colpa.
Questo post nasce dalla fatica e dalla preoccupazione che molte madri e molti padri condividono: la sensazione di trovarsi sopraffatti da un mare di stimoli, contenuti e richieste difficili da conoscere e filtrare.

Quello che spesso serve davvero è:

  • incontrare qualcuno che la pensi come te

  • sapere che altri genitori mettono limiti simili ai tuoi

  • sentirsi rimandare la stessa complessità che vivi ogni giorno

Perché l’educazione digitale non è una battaglia individuale.
È un lavoro collettivo. E affinché questo possa accadere, dobbiamo parlarne.

Il paradosso dell’infanzia moderna

Come scrive Jonathan Heidt in La generazione ansiosa:

“Al progressivo spostamento dal mondo fisico a quello virtuale – dagli esiti catastrofici, soprattutto per le ragazze – è corrisposta anche la transizione da un’infanzia libera a una ipercontrollata: mentre gli adulti hanno infatti iniziato a proteggere eccessivamente i bambini nel mondo reale, li hanno lasciati privi di sorveglianza in quello online.”

È esattamente ciò che osserviamo ogni giorno.

Da una parte:

  • non correre

  • non sporcarti

  • non fare rumore

  • non arrampicarti

  • non saltare

  • non allontanarti

Dall’altra:

  • assenza quasi totale di sorveglianza nel mondo virtuale

Un mondo che non è neutro, non è innocuo e non è progettato per i bambini.

Tornare a essere adulti di riferimento

Essere adulti di riferimento oggi significa (ahinoi) anche questo: assumersi la responsabilità di guidare, filtrare, accompagnare, anche quando è faticoso, anche quando ci sentiamo impreparati.

Se questo argomento ti interessa, puoi leggere la newsletter integrale da cui è tratto questo articolo, si intitola "Ma lo fanno tutti!" e in chiusura trovi una sezione dedicata a come parlare con i figli quando la tua famiglia fa scelte diverse dalla maggioranza.

FAQ

Come capire se un contenuto è adatto all’età di un bambino?
Ascolta il linguaggio che viene usato, verifica il ritmo delle immagini e approfondisci i temi trattati. Soprattutto considera la capacità del bambino di comprenderli ed elaborarli (in autonomia o con l’aiuto di un adulto). Le “età consigliate” sono un indicatore utile da non trascurare.

Perché tanti contenuti non adatti arrivano comunque ai bambini?
Per una combinazione di fattori: algoritmi, normalizzazione sociale, stanchezza adulta e mancanza di mediazione, più che per scelte intenzionali.

Limitare significa essere troppo rigidi?
No, porre limiti non significa essere troppo rigidi (anche se a volte ti verrà rinfacciato) o voler controllare tutto, ma assumersi la responsabilità di accompagnare, spiegare e proteggere un cervello in crescita.

Scopri di più sui percorsi di crescita genitoriale
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